mercoledì 12 settembre 2007

I miei matti

Di matti, sotto i portici di Bologna, se ne sono visti tanti. Quando ero piccola io c'era 'Settecapotti'. Il perchè lo chiamassero così, era facile capirlo. Bastava vederlo, con quella montagna di camicie, magliette, giacche e soprabiti addosso, d'estate e di inverno. Viveva per strada e il suo guardaroba non poteva fare altro che portarselo addosso, col freddo e col caldo.
Che poi molti non era proprio matti, o non tutti fino in fondo. Erano stravaganti. 'Sono-messo-male' - così chiamato perchè quello era il ritornello con cui si avvicinava ai passanti a mano tesa - era uno che si era anche laureato in Scienze della Comunicazione. Non viveva per strada, aveva un appartamento che la leggenda voleva acquistato a forza di mettere insieme elemosine. Capelli lunghi e barbone nero sempre arruffato, un k-way impermeabile d'estate e d'inverno legato in cintura, perchè non si sa mai, magari piove. Stava di solito dalle parti di via Clavature. "Hai cento lire che sono messo male?". Ora che ci ripenso, mi pare che sia scomparso contemporaneamente all'arrivo dell'euro. Curioso, no?
E Cigarini? Lui era davvero ingegnoso. Ogni tanto si vede ancora. A me ricordava Phil Collins coi capelli; su un lato li portava rasati, dall'altro lunghi e con un codino sulle spalle. Anni fa faceva il tour serale delle osterie per vendere le sue poesie. Le scriveva a mano, con la penna, per la lunga su dei fogli di carta bianca in formato A4 che poi piegava con la grazia di un origami. Si acquistavano ad offerta libera. Senza scegliere: quella che capitava capitava. A me una volta ne è toccata in sorte una su una vetrina del centro rotta da un sasso. Altro non ricordo, se non il fatto che aveva una sua poesia davvero.
Poi c'era la Violettera, bellissimi vestiti da bambolina su un ghigno arcigno. E la Peppina, mi pare si chiamasse così, addobbata d'oro a chiedere qualche spicciolo, soprattutto in stazione. Non so se i miei ricordi si confondono, ma pensa fosse la stessa che per anni ha tenuto un banchetto alla Montagnola. Ci andavo sempre con mia madre. Era il banchetto più ambito dalle signore bolognesi, pezzi di campionario a ottimi prezzi. Un vero affare, per cui le donne facevano a cucci e spintoni per afferrare al volo una giacca, un paio di pantaloni, un tailleur che la Peppina tirava fuori solo quando e come voleva lei. E se le stavi antipatica, te li strappava di mano e non c'era verso di farseli vendere. A me, che ero piccola e non ancora obnubilata dai piaceri dello shopping, faceva anche un po' paura.
Insomma, sarà che i ricordi sono sempre più edificanti della realtà, quanto meno dell'attualità, ma allora non c'erano i punk-a-bestia, quelli che ti stavano addosso per venderti i calzini, o i tossici che ti insultano se gli fai un'offerta a loro giudizio poco consona. Queste stravaganti figure di strada avevano qualcosa di leggendario, come il Cristo, sempre a piedi nudi, o quello con il cappello di Peter, il pastore di Heidi, che suonava il piffero e spingeva un carrello da supermercato; lì dentro il suo mondo. Ah, dimenticavo il mio preferito, un tale tarchiato che si piantava in Piazzola con una scatola di cartone davanti ai piedi e cantava tutte le canzoni di Gianni Morandi. Addirittura le reinterpretava, tanto era il pathos che ci metteva, immobile sui piedi, con il solo movimento sussultorio delle spalle e quel modo di cantare da chansonnier nostrano anni '70, col groppo in gola.
L'ultimo l'ho incontrato questa mattina. La sua zona è via Guerrazzi, Santo Stefano. E' un signore anziano, composto nell'aspetto, insospettabile. Non gira mai da solo, ma con una signora, probabilmente la moglie, e un cane. Si tengono a braccetto e capisci che c'è qualcosa che non va solo dopo un po'. Lui fischietta in continuazione. Sembra un uccellino. Prima alla tua attenzione arriva il canto. Ma dove si sarà nascosto, qui sotto i portici, un usignolo? Mica ci siamo abituati al cinguettio degli uccellini in città, un cinguettio che passa sopra il caos del traffico, autobus fragorosi, motorini che sfrecciano, auto che strombazzano. Lo cerchi, l'uccellino, e solo dopo un po' ti accorgi che è lui. Sorride e cinguetta tutto il tempo. La moglie lo strattona e gli intima a mezza voce di smettere. Chissà se lo fa anche in casa? Un bello stress, però. Non per lui, che sorride contento e continua imperterrito. Non gli ho mai sentito dire una parola, solo note e fischietti. A lui, gli ha preso così. E a me piacerebbe sapere perché e se intanto s'immagina di volare.

La foto della donna vestita di bianco è di Anselmo Parisini

6 commenti:

Marco M. Lupoi ha detto...

I matti di Bologna sono un'istituzione... "Sono messo male", un mito, me lo ricordo fin dai primi anni '80. E poi c'era la "presenzialista", una vecchina che ti trovavi ai vernissage delle gallerie d'arte come alla Fiera del libro, a chiedere spiccioli. E una volta era dietro di me nella fila in banca, alla Carimonte, a versare una busta piena di contante (bigliettoni da 100.000 lire, mica bruscolini)....

sabrina ha detto...

mamma mia che bello

Anonimo ha detto...

Povero Cristo o, come lo chiamavo io, "Razza di vipere"... è morto anni fa dopo aver terrorizzato decine di bambini che facevano gli scout a San Domenico
Irene

parìPHOTO ha detto...

per marco: non abbiamo capito niente
per sabri: grazie, cocca!
per irene: i boy scout ci vuole un niente a terrorizzarli. ed è un bene così

Anonimo ha detto...

non hai fatto gli scout ne deduco!
i. (adesso trovo il modo di registrarmi)

desmopiergio ha detto...

E c'era anche il "pendolo" di porta San felice... adesso hanno anche tinteggiato il muro dove era impressa la sua sagoma!
Un'altra immagine cancellata, che rimane solo nelle nostre memorie
http://viavolturno.blogspot.com/